Memoriali e Biografia

Luciano De Crescenzo

L'amico Renzo Arbore

«Purtroppo Luciano ci ha lasciati. Ho tanti, tantissimi ricordi con lui. Abbiamo avuto un'amicizia che non si è mai incrinata nemmeno per un attimo». Arbore parla con la voce rotta dal pianto all'Adnkronos. «Abbiamo fatto insieme film, zingarate, trasmissioni tv e passato tanto tempo insieme. Quando lui scriveva i suoi libri, spesso io li presentavo. E in tanti anni non abbiamo mai avuto nemmeno una discussione, come due persone che si vogliono molto bene. Luciano era persona buonissima, non l'ho mai sentito parlare male di qualcuno, nemmeno quando un critico bocciava una sua opera. Gli unici litigi li faceva con i computer, con cui lui aveva a che fare, da ingegnere informatico, quando ancora noi non sapevamo nemmeno cosa erano».

«Tra le altre cose che ho imparato di lui, forse la più importante è l'umorismo napoletano raffinato, di cui era maestro. Da signore quale era. Con Marisa Laurito e altri amici stiamo pensando al modo migliore per salutarlo. Credo che lo ricorderemo domani in Campidoglio e dopodomani lo accompagneremo a Napoli, doveva voleva essere riportato assolutamente», conclude Arbore.





L'amica Marisa Laurito

Sono passati 45 anni e adesso Marisa Laurito è a casa di Renzo Arbore, a piangere insieme l’amico di tutta la vita: Luciano De Crescenzo, scomparso oggi a 90 anni.
«Due minuti per gioco» De Crescenzo, grande amatore di donne, ha corteggiato Marisa, poi il loro è diventato un altro tipo di amore. Amore inteso come amicizia e come legame anche professionale. «Luciano era sempre di buonumore. Mi ha regalato cultura ironia, gioco, era un appoggio sicuro in ogni momento, faceva parte della mia famiglia: a volte un po’ padre, altre un po’ figlio», ricorda l’attrice che pochi mesi fa ha riportato in scena il Così parlò Bellavista di De Crescenzo, nato come romanzo, diventato nel 1984 un film e quindi spettacolo teatrale, che Laurito ha interpretato con Geppy Gleijeses e alle cui prove generali ha partecipato l’autore. «Lavorare con lui era un gioco, molto divertente, aveva un grande talento ed era sempre un sostegno. Così anch’io quando potevo, per esempio in televisione, lo chiamavo». E Marisa continua: «Ogni volta che ci vedevamo gli dicevo: Luciano, ti voglio molto bene. Lui mi rispondeva: “E io di più”. Poi aggiungevo: quanto sei bello. E lui faceva spallucce. Si definiva un “Uomo d’amore”, come me “Donna d’amore”, mentre gli altri erano “Uomini di libertà”.
La prima immagine che le viene in mente pensando a lui?
Gli occhi sono indimenticabili: azzurri, profondi, parlavano d’amore ed erano dolcissimi».
Non avrebbe desiderato un amore con lui?
«No, non mi sarebbe piaciuto, con le donne era terribile. Con Isabella Rossellini, per esempio, con cui ha avuto un amore, diceva: “Amo il tuo posto vuoto accanto”. Era spiritoso, mai banale, intelligente. Da ragazzo era stato campione di offshore, poi ha fatto il regista, lo sceneggiatore, è stato autore di libri venduti in 42 Paesi. Che altro poteva chiedere dalla vita?».
Lei come gli manifestava il suo affetto?
«Gli davo molto da mangiare, gli preparavo le composte. E lui mi diceva: “Sai che vengo anche pagando?”».
In 45 anni avrete anche litigato.
«Due volte si è arrabbiato con me. Una perché io ho barato a carte: giocavamo a Gin e vinceva sempre lui, perché aveva culo ed era bravo. Allora io ho barato e lui ha perduto: si è arrabbiato moltissimo. L’altra volta abbiamo avuto una discussione su due soprano, non condivideva la mia preferenza per la Callas».

Accanto a Marisa Laurito, in queste ore di addio all’amico di sempre, c’è Renzo Arbore. Arbore ha conosciuto De Crescenzo da ragazzo, quando «senza saperlo, avevamo una fidanzatina in comune, lui a Sorrento e io a Napoli». La ragazza però alla fine non ha scelto nessuno dei due: «Abbiamo scelto noi di diventare amici. Luciano era un grande mito uno dei più belli e invidiati a Napoli, biondo con gli occhi azzurri, atletico, dinamico, colto. Un grande principe del sorriso. Io l’ho presentato a Maurizio Costanzo che l’ha portato al suo Show e da lì è cominciato il successo di Così parlo Bellavista. Abbiamo anche fatto due film insieme, il Pap’occhio e FFSS. Cioè che mi hai portato a fare sopra Posillipo se non mi vuoi più. Una sola cosa ci divideva un po’: lui era un grande appassionato di tutti gli sport, io meno. Però siamo andati  insieme a celebrare il famoso scudetto del Napoli: uno dei ricordi più belli, con i tifosi ci hanno presi in braccio. Napoli era nel suo cuore, anche adesso in ospedale gli facevo sentire canzoni napoletane antiche e lui si appassionava, mi seguiva con gli occhi. Però c’è una cosa che vorrei tanto si capisse: Luciano è stato spesso identificato come scrittore umorista, invece era davvero un fine intellettuale».




"Per Isabella piansi quando ci lasciammo... una delle tre volte nella mia Vita"

È vero: Luciano De Crescenzo è stato un grande conoscitore e appassionato di filosofia; ha studiato matematica per amore (prima per una ragazza che incontrò andando all’Università per iscriversi; poi per il professor Caccioppoli che gli faceva lezione, uno che, diceva De Crescenzo, agitava le mani per qualsiasi cosa); ha lavorato alla IBM per diversi anni, e poi ha lasciato tutto. Si è dato alla letteratura e al cinema, ai libri, alla divulgazione filosofica, al dibattito pubblico di conoscenza e cultura; ha lavorato e ha scritto per la televisione; è stato amico di Renzo Arbore, conoscente di Federico Fellini, voce di Napoli e dei napoletani.

Oggi tutti lo ricordano per Così parlò Bellavista (all’inizio il libro edito da Mondadori doveva chiamarsi “Il sentiero di mezzo”). Ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è stato (ed è) un successo travolgente che l’ha portato a viaggiare ovunque. Il film era una riuscitissima messa in scena di sketch e di piccoli momenti, un primissimo – e durissimo – confronto tra il nord industriale e il sud d’amore, pieno di problemi e di guai; ma era anche una straordinaria sintesi della napoletanità e un piccolo trattato, fatto d’artigianalità e gesti semplici, di cinema. La scena del tribunale, con il detenuto che dà indicazioni solo con le mani, e la camera che si fissa lì: sul movimento del polso, delle dita, dei palmi. La scena del cavalluccio rosso. Quella, immortale, della lavastoviglie. Napoli con il contagocce: misurata, calibrata, mostrata. Un po’ retorica forse (e va bene, era un film, doveva vendere); ma ugualmente splendida, ugualmente sincera.

De Crescenzo, però, è stato anche altre cose. È stato un playboy innamoratissimo delle donne. Era piacente, bello, affascinante (Domenico De Masi, sociologo, dice: aveva la bellezza degli antichi greci). È stato il primo italiano ad essere insignito della cittadinanza onoraria di Atene. Quando andava a scuola, tra i suoi vicini di banco c’era Carlo Pedersoli, aka Bud Spencer. Aveva visto la guerra, era sopravvissuto, era stato sfollato, ed era andato avanti. Come tutti. “Il regime fascista annunciò che anche i ragazzi di 16 anni dovevano essere arruolati, e successe che proprio il giorno del mio sedicesimo compleanno, ecco, la guerra finì”. Amava il mare e amava Napoli, e appena poteva, come ha raccontato più volte anche Renzo Arbore, andava a Capri. Aveva una barca che si chiamava “‘O fatt apposta”. È stato un papà e un marito, e ha sofferto tantissimo per la separazione dalla moglie. Si è innamorato altre volte, e si innamorò anche di una giovanissima Isabella Rossellini. “Lo sai”, diceva lei a lui, “che sei l’amante più vecchio che ho mai avuto?” E lui le rispondeva: “Anche tu”.



Nacque nel quartiere San Ferdinando, nella zona di Santa Lucia, dove frequentò le elementari assieme a Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer. Nella sua autobiografia raccontò che i genitori si sposarono piuttosto tardi, essendosi conosciuti attraverso "presentazione fotografica" (le nozze furono combinate da una famosa sensale dell'epoca, Amalia 'a Purpessa).

Da giovane lavorò nella ditta di guanti gestita dal padre, che aveva imparato l'arte di intagliatore di pelli in un opificio del rione Sanità. Durante la Seconda guerra mondiale la famiglia De Crescenzo si spostò a Cassino, poiché il padre riteneva che questo luogo sarebbe stato più sicuro di altri: "il ventre della vacca" (le cose andarono diversamente, infatti Cassino fu rasa al suolo).

Dopo essersi laureato in ingegneria idraulica col massimo dei voti presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II" (fu allievo di Renato Caccioppoli, il quale lo convinse a studiare ingegneria idraulica), capì nel 1976 la sua vera vocazione, ovvero quella di "scrittore divulgatore". Prima di trasferirsi a Milano, tuttavia, il futuro scrittore ebbe modo di sperimentare le difficoltà applicative della sua laurea: non riuscendo a trovare adeguata sistemazione nel campo geologico-geotecnico, svolse attività differenti, come il venditore di tappeti in un negozio nei pressi di piazza del Municipio, a Napoli, e persino il cronometrista alle Olimpiadi di Roma, nel 1960.

Dopo tale periodo, accettò di trasferirsi nel capoluogo lombardo, dove venne assunto all'IBM, rimanendovi per un ventennio circa, in qualità di addetto alle pubbliche relazioni. Promosso dirigente, decise di lasciare il suo lavoro e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, favorito anche dall'interessamento di Maurizio Costanzo, padrino della sua prima opera, Così parlò Bellavista.

Grazie anche alla partecipazione al talk show Bontà loro condotto da Costanzo e ad altre manifestazioni pubbliche, fra il 1976 e il 1977 il suo libro vendette più di 600.000 copie e fu tradotto anche in giapponese, diventando un vero e proprio caso letterario.



Regista, scrittore e ingegnere. Ad agosto Luciano De Crescenzo compirà novant’anni, ma a Diva e Donna scherza, “chi ha il senso dell’ironia ha il diritto a uno sconto del 30% sull’età. Potendo io usufruire dello sconto, direi che ho circa 63, al massimo 64 anni, non di più”. La nostalgia per il passato è molta e racconta di come prima si fosse molto più allegri, “magari avevamo poche lire in tasca, niente auto, niente motorino e niente cellulare. A ripensarci, nemmeno il periodo della guerra è stato così male”. Il più grande dolore ricevuto è stato l’addio del suo grande amore, Gilda, da cui ha divorziato dopo quattro anni, “quando ci siamo sposati Gilda aveva 21 anni e io 33”. Il matrimonio finito male hanno portato De Crescenzo al pensiero di uccidersi, ma il pensiero di privarsi di un dono così grande lo ha fatto riflettere: “Pensavo di uccidermi con il gas. Poi, mentre salivo le scale di casa mi resi conto che non ne sarei mai stato capace, e me ne convinsi quando provai a scrivere la lettera di addio a mia figlia Paola, così decisi di farmi forza e andare avanti”.

Dopo il pensiero di suicidarsi, Luciano De Crescenzo passò molto tempo da solo. La figlia Paola aveva 3 anni quando si separò da Gilda e lo scrittore poteva vederla solamente nei week-end e durante le vacanze, “non ricordo un giorno, da quando io e Gilda ci siamo lasciati, che non abbia trovato anche pochi minuti per chiamare al telefono mi a figlia”. Un’altra donna aiutò molto De Crescenzo, una prostituta che non gli offriva il suo corpo, ma consigli: “Quando passeggiavo con la mia famiglia, mi vedeva spesso passare. Mi salvò dalla solitudine. Le nostre uscite erano come una seduta dallo psicoanalista. La maestrina mi ascoltava e mi offriva consigli per affrontare il divorzio, ma non mi compatì mai”. Tutti i suoi ricordi vengono ripresi nel suo libro “Sono stato fortunato” dove parla del passato e di amicizie importanti come quella con Renzo Arbore: “Due creatori quando sono in contatto non si sommano, ma si moltiplicano. Senza tali amici non sarei ciò che sono”.



Nonostante una grande differenza d'età, con Luciano, con Renzo Arbore, con Riccardo Pazzaglia ed altri, c'era una 'certa' amicizia, non è che si 'combinavano' serate o vacanze insieme, ma magari ci si trovava a casa di tizio, nella villa di Caio e poi ci si incontrava per mare e ci salutavamo e scambiavano mezza chiacchiera.

Avevamo molti amici in comune, per cui una volta piombammmo nella casa di via Manzoni proprio mentre stava..., lui non si scompose e si mise a ridere e 'lei' fece buon viso allo scherzo degli amici.
Tutto questo avveniva prima che diventasse uno scrittore ed anche di successo...

Dopo aver raggiunto la notorietà nazionale ed il successo, rimase il 'luciano' (abitante di Santa Lucia) senza altezzosità o snobismo. Quando veniva pubblicato un suo lavoro, noi amici suoi, andavamo alla libreria Guida (piccola e stretta) dove lui ci dedicava i suoi libti che acquistavamo in primissima edizione.

Li conservavo gelosamente perc hè ognuno aveva un pensiero diverso. Stamattina ho arrevutato la casa ma non trovo più diversi libri, non solo di Luciano, ma anche di altri, tutti con dedica..., comunque ricordo perfettamente la dedica sul libto "La Napoli di Bellavista", un libro di raccolta fotografiche e la dicitura...."A Nicola una finestra aperta su qualcosa che passa mentre neanche te ne accorgi"


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